Ricordo di Enrico Berti

Enrico Berti “amico” dell’Università di Genova

Luciano Malusa

Enrico Berti presenta in Genova il volume in onore del prof. Mario Battegazzore.
Nella fotografia: Luciano Malusa ha iniziato i lavori del convegno dedicato al prof. Battegazzore. Assieme a lui ed al prof. Berti (alla sua sinistra ) sono i professori Aniello Montano e Letterio Mauro.


Enrico Berti è mancato il giorno 5 gennaio  2022, dopo una breve malattia. Aveva 86 anni, essendo nato a Valeggio sul Mincio (VR) il 3 novembre  1935. Stava vivendo un periodo fecondissimo di studio e di attività speculativa nel corso di quella che i francesi chiamano la rétraite, cioè la nostra “pensione”. Aveva cessato l’insegnamento nel 2009. Lascia attonite e addolorate moltissime persone: amici, colleghi e discepoli. Aveva saputo creare nel corso dei tanti anni della sua carriera di studioso e maestro una grande quantità di seguaci e di ammiratori, tutti mossi da amore per la cultura filosofica, convinti che la filosofia ha un fondamentale ruolo di chiarificazione e sistemazione della vita intellettuale e pratica, se è affrontata come sapeva fare lui, con serenità, studio e competenza, ed insieme con il gusto della chiarezza. 

Parlo di Enrico Berti con grande partecipazione, in quanto la mia formazione e la mia carriera di docente universitario si sono svolte in un rapporto intenso con la sua vita e la sua carriera. Berti ha partecipato alla commissione di diversi miei esami universitari, nell’Università di Padova, quando tra il 1960 ed il 1963 era assistente dei professori Umberto Antonio Padovani, allora titolare di Filosofia teoretica, ed Ezio Riondato, allora docente di Storia della filosofia antica. Poi, al rientro di Berti in Padova nel 1971, dopo il periodo trascorso a Perugia come titolare della cattedra di Storia della filosofia antica, sono stato in frequente contatto con lui, passato alla cattedra di Storia della filosofia alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Io ero divenuto (1969) assistente alla cattedra di Storia della filosofia tenuta dal prof. Giovanni Santinello presso la Facoltà di Magistero, cattedra quindi speculare rispetto a quella di Berti. Pertanto egli ha seguito ed incoraggiato il mio lavoro di ricerca. Mi ha sostenuto nel momento in cui ha apprezzato la mia produzione ed il mio impegno di ricerca storiografica nell’ambito del concorso per professori di Storia della filosofia di prima fascia, svoltosi tra il 1984 e 1986. Membro di una commissione giudicatrice nella quale facevano parte docenti come Nicola Badaloni, Franco Bianco, Tullio Gregory, Armando Plebe, Paolo Rossi, Giovanni Solinas, egli ha saputo con equilibrio ed autorevolezza guidare il giudizio di tanti docenti, di diversi orientamenti speculativi e metodologici, verso un voto unanime di approvazione nei confronti del sottoscritto. Lo ha fatto per amicizia e per consonanza di idee e di prospettive. Tale amicizia ha sempre conservato ed incrementato. Da questo ognuno può comprendere il mio dolore per la sua dipartita.

Ho collaborato con lui in diverse iniziative culturali e scientifiche, a partire dall’“Institut International Jacques Maritain” che aveva la sua sede presso l’abazia di Praglia: mi ha sempre legato a lui  la prospettiva personalistica, che egli praticava e divulgava attraverso però un rigoroso lavoro di ricerca che in Aristotele aveva il suo centro. Potrei dire, per non essere troppo tedioso su questi temi, e per non citare troppo la mia esperienza, che la bella relazione tenuta da Enrico al convegno del Centro di Studi filosofici di Gallarate tenuto a Roma nei giorni 25-27 settembre 2021 compendia benissimo tutti i suoi anni di impegno personalistico, mai spesi per ripetere argomenti e prospettive, ma sempre impegnati per progredire nella consapevolezza del ruolo della filosofia della persona, in stretta sintesi con la teologia cristiana della persona. Di questo voglio parlare ai soci dell’AFL avvertendoli che questa nostra Associazione è stata sempre in stretto contatto con lui.

Ma procediamo con ordine. Berti aveva iniziato i suoi studi nell’Università di Padova, nel periodo in cui insegnavano grandi maestri come Luigi Stefanini e Marino Gentile. Era stato allievo di quest’ultimo ed aveva inteso a suo modo le idee di lui, l’indirizzo di metafisica che aveva voluto intraprendere nell’ambito della filosofia “classica”. Si era laureato nel 1957. Berti non era di vocazione un metafisico come lo era invece Gentile e come lo erano i maestri della filosofia classica della scuola dell’Università Cattolica di Milano (Gustavo Bontadini in testa). Berti aveva affrontato fin dalla sua tesi di laurea lo studio del pensiero aristotelico (con un fondamentale lavoro sulla “filosofia del primo Aristotele”) e quindi naturalmente era attento al sapere metafisico. Però non praticava la dialettica metafisica, bensì considerava il pensiero metafisico nel suo essersi incarnato entro la personalità di Aristotele. Era convinto che solo approfondendo i testi aristotelici si sarebbe potuto dare risposte significative alla metafisica tutta. Aristotele per lui era l’unico vero metafisico, od almeno l’iniziatore della metafisica come scienza rigorosa ma insieme comprensiva. In un particolare periodo nella filosofia mondiale, ma anche nella filosofia italiana, in cui il pensiero filosofico era ritenuto utile al ben pensare ed al ben condurre la vita solo se era concretamente ancorato alla vita ed all’empiria, il fatto di parlare con competenza e con rigore del sapere metafisico, nella sicurezza che esso avesse un suo senso profondo e non fosse né astratto né fantasioso, lo ha posto nella schiera dei grandi pensatori che hanno saputo collocare il sapere dell’essere e sull’essere in un contesto di reale concretezza. La professione che Berti ha fatto di metafisico nulla aveva di superato o di esagerato. Sapeva collocarsi in dialogo con diverse correnti di pensiero, anche lontanissime da lui, perché riteneva che vi fosse una base comune di filosofare che permette di tenere discorsi di ontologia e di esperienza, di epistemologia e di metafisica. 

Ponendo Aristotele al centro delle sue ricerche, ma poi assecondando diversi filoni di studio e diverse tendenze, Berti ci ha dato una produzione varia, ma compatta, e ci ha offerto una testimonianza estremamente seria dell’impegno del filosofo. Nessun dogmatismo promana dalla sua produzione, che è sempre collegata all’andamento del pensiero problematico il quale è in grado di proporre una tipologia del sapere che chiarifica, evidenzia, unisce la problematicità alla dinamica della realizzazione di scelte di vita e di cultura. Berti ha mantenuto le caratteristiche di una specializzazione nello studio del pensiero antico, avendo appunto sempre considerato Aristotele centrale nel pensiero umano, ed insieme si è cimentato con l’intero corso della filosofia occidentale. Ha disegnato un corso di storia della filosofia per gli studenti liceali italiani estremamente preciso, chiaro, documentato, in cui le vicende della filosofia sono state sempre spiegate in un concatenarsi di argomenti e di circostanze storiche le quali non hanno delineato uno sviluppo necessario, ma linee di percorsi dell’umano pensare, che non hanno le caratteristiche della casualità o della contraddittorietà, ma richiamano a coerenza, laddove essa è possibile e ammettono difficoltà e discontinuità. In questo lavoro ha ricevuto l’importante collaborazione del suo discepolo Franco Volpi, forse il più fedele e acuto tra di suoi seguaci, mancato prematuramente. Nel suo lavoro di diffusione della conoscenza del pensiero di Aristotele e del sapere metafisico, e nel lavoro di edizione di testi aristotelici, Berti è stato validamente aiutato anche da un’altra persona che, come Volpi, si è dedicata con generosità al suo seguito: Cristina Rossitto.

Berti si è interrogato sulla metodologia della storiografia filosofica tenendosi però lontano da rigidità filologistiche. Per lui era possibile allo studioso ricostruire con tutte le armi della filologia e della storiografia generale i passaggi delle diverse scuole filosofiche ed i rapporti di vicinanza e trasmissione delle dottrine tra maestri e discepoli. Ma era altresì possibile valutare gli sviluppi delle scuole ed il significato delle grandi sintesi speculative attribuendo ad esse valori di verità e di coerenza. In diversi interventi ha espresso la convinzione che la verità si possa conseguire nel sapere filosofico, e che l’orientamento della cultura possa essere positivamente indirizzato a quei semi di verità posti in essere dalle speculazioni dei grandi filosofi in sintonia con la scienza umana, e pure con la fede religiosa. Grazie al complesso delle ricerche svolte dal filosofo e dallo storico si può delineare un percorso lungo il quale scaturiscono verità parziali ma decisive e dove il mistero sul mondo viene per così dire affrontato e dominato. Berti non nasconde di professare una fede cristiana ed insieme di essersi formato nell’ambito della speculazione aristotelica che altro non è che un modo di essere del pensare. La sua fede ed il suo impegno si sono espressi in modo chiaro entro il movimento di Gallarate, che costituisce un episodio importante della storia del pensiero cristiano in Italia: questa associazione, fondata da Carlo Giacon nel 1945 onde favorire la presenza del pensiero cristiano nell’Università, ma pure entro la cultura più in generale, trovò adesioni e successo negli anni successivi e divenne, dopo la morte di Giacon, un’istituzione legata alla Compagnia di Gesù (cui Giacon era appartenuto) per la diffusione della cultura filosofica. Berti fu Presidente della Fondazione Centro Studi filosofici di Gallarate dal 2008 al 2011.

Nella mia qualità poi di “past-president” dell’AFL debbo infine parlare del fecondo rapporto di Berti con l’Università di Genova, fin dai primi tempi in cui sono stato Presidente dell’AFL (1992). Berti è stato eletto per la seconda volta Presidente della SFI nel 1995, durante il congresso di Caserta. Non si potevano allora per Statuto SFI confermare i Presidenti dell’Associazione per un triennio successivo e neppure vi era la prassi di rieleggere un socio che già era stato Presidente in tempi ulteriori. Solamente nel corso del XXXVII° Congresso SFI di Sulmona (2010) è stata approvata la norma che contempla la rielezione di un Presidente per un altro mandato. Berti sentiva il disagio di essere stato eletto nuovamente Presidente sia pure diversi anni dopo la scadenza del suo mandato (1986: era stato eletto durante il Congresso di Verona nel 1983) e quindi cercava di trovare una sede congressuale che avrebbe permesso a lui di concludere in tutta bellezza il suo triennio. Personalmente avevo collaborato con Berti nella preparazione del congresso veronese ed ero con lui in ottimi rapporti anche riguardo alla SFI. Gli proposi di tenere il Congresso in Genova, città che non era mai stata sede di Congressi nazionali. Lui accettò e lasciò a me ed al gruppo degli studiosi e soci AFL la massima libertà organizzativa. Ricordava evidentemente quando ero riuscito in Verona ad organizzare il XXVIII° Congresso SFI (con la fattiva collaborazione dell’amico Ferdinando Luigi Marcolungo), che era stato dedicato al tema Linguaggio, persuasione, verità, ottenendo un buon finanziamento per le diverse iniziative allora prese e per i lavori che si erano svolti dal 28 aprile al 1° maggio 1983. Ora, con mezzi più abbondanti, ma in un ambiente, quale quello genovese, piuttosto riservato e “timido” nei confronti della filosofia, riuscimmo ad organizzare il XXXIII° Congresso che svolse benissimo il tema che si era fissato, cioè La trasmissione della filosofia nella forma storica, con il quale riuscimmo ad affrontare tematiche di metodologia della storiografia, di teoresi filosofica e di didattica della storia della filosofia. Berti in tal modo concluse nel modo migliore il suo secondo triennio, lasciando il testimone di Presidente al collega Giovanni Casertano.

Il rapporto di Berti con Genova quindi si svolse in modo cordiale, sempre amichevole. Continuammo a collaborare. L’ultima occasione per Berti di venire a Genova fu la presentazione del volume preparato dagli amici di Antonio Mario Battegazzore, in occasione del compimento del suo settantesimo anno. Battegazzore, che era molto amico di Berti, era stato purtroppo colpito nel 1997 da una grave malattia che lo aveva lasciato invalido e non gli aveva permesso di partecipare al Congresso filosofico. Nel 2009 si poté pubblicare il volume in suo onore Gli antichi e noi, curato dal sottoscritto con Walter Lapini e Letterio Mauro. Lo presentammo in Facoltà di Lettere e Filosofia il giorno 21 maggio 2010 con l’intervento dei colleghi Berti e Aniello Montano. Fu occasione per ricordare il lavoro di studioso del pensiero antico svolto da Battegazzore  (soprattutto nell’approfondimento del pensiero di Teofrasto), che era pensatore di diversa metodologia rispetto a Berti, ma che consentiva largamente con l’impostazione di lui. Debbo dire che fu molto consolatorio sentire le parole di Berti che illustrarono la carriera ed i meriti di un docente che tutti avevamo amato e che ora invece era ammalato e non aveva potuto partecipare all’omaggio nei confronti del suo impegno.

Presentazione del volume Gli antichi e noi, in onore di Mario Battegazzore. Da sinistra per chi guarda: Stefano Pittaluga (Letteratura latina medievale); Michele Marsonet (Direttore del Dipartimento di Filosofia); Francesco Surdich (Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia); Luciano Malusa (Presidente AFL), Enrico Berti (Storia della filosofia, Università di Padova), Aniello Montano (Storia della filosofia, Università di Salerno).